La strana storia del signor Mario

La strana storia del Sig. Mario … è veramente una strana storia. Se non fosse strana lo spettacolo non si intitolerebbe così; si intitolerebbe, magar: L’allegra storia o l’assurda storia del sig. Mario, ma questo, sinceramente, in questo momento non ci interessa vero? Ci interessa piuttosto sapere che La Strana Storia del sig. Mario … è uno spettacolo pieno di sorprese in cui Stefano Nosei supera se stesso diventando narratore di una fiaba “per adulti accompagnati”, un gioco in cui, indifferentemente, adulti e ragazzi possano trovare tantissime cose da sentire, da vedere, cose per sorridere, ridere, pensare.
E’ la somma felice di alcune fra le più importanti figure della musica, del teatro, della letteratura e del cabaret italiano.

La Storia (Strana Storia), scritta da Roberto Alinghieri, si sviluppa accompagnata da bellissime immagini del grande scenografo Emanuele Luzzati, si nutre delle ironiche, moderne, dolcissime poesie del più grande poeta per l’infanzia Gianni Rodari, si esalta nelle canzoni che (sulle poesie di Rodari stesso) hanno composto alcuni tra i più grandi musicisti italiani: il jazzista Paolo FresuRocco Tanica, tastierista e musicista di Elio e le Storie TeseDaniele Silvestri … e poi (poi? Sopratutto!) Stefano Nosei, il vero re di tutti questi principi, che da solo sulla scena, con la sua rutilante verve di cabarettista-cantante-musicista e attore, cuce insieme tutte queste parti dando vita alla divertente, intelligente, strana “La strana storia del sig. Mario …” che ci racconta l’avventura di un uomo comune che un giorno scopre di non essere più capace a fare le rime.

Il lavoro dell’assonanza (note allo spettacolo)
di Stefano Nosei

Nel dna di tutti, più o meno viva e vitale, più o meno semplice o folle, a volte sedata, a volte semplicemente in letargo, vive l’assonanza. Qualcuno non sa di possederla, qualcuno la tiene nella tasca della giacca per le urgenze, qualcuno, la cerca ostinatamente, qualcuno la saluta con un sorriso tutte le mattine, qualcuno, fortunato, addirittura la considera un lavoro.
L’assonanza, dunque (e ovviamente la rima, che è un’assonanza perfetta), risiede in noi fin dalla nascita. Una delle prime applicazioni dell’assonanza l’abbiamo quando da piccolissimi proviamo a dire le parole, ma ci escono solo suoni simili alle parole che vogliamo dire. E anche i genitori devono ricorrere all’assonanza per capire. Molto comico comunque. Un bambino per esempio, molto attratto dalle ciabatte del papà (quante volte lo ha sentito chiedere alla mamma di portargli le ciabatte…) proverà a chiedere ma dalla bocca gli uscirà un “anamavatte…” che tutti intenderanno per una richiesta di latte; oppure il bambino chiederà un “tovobobiro” che, francamente, neppure io che lo sto scrivendo ho capito cosa sia… Il nostro lavoro di cabarettisti è o dovrebbe essere soprattutto questo: fare rimanere viva la voglia di divertirsi, di scoprire il gioco nel caso, nel quotidiano: il mio, in particolare, è un cabaret che si occupa di canzoni, canzoni cui cambio le parole (ma mai il suono delle parole) per divertimento… E allora il trasformare Montagne verdi in Lasagne verdi non è nient’altro che il mio modesto tentativo di perpetuare una speranza e di omaggiare chi da sempre ha provato e prova con grande successo a salvarci, a darci un altro punto di vista, a non essere monolitici ma poliedrici, chi ci ha invitato e ci invita a sradicare le rotaie su cui spesso ci incanaliamo o su cui noi stessi ci incanaliamo per mancanza di alternative.
Gianni Rodari ha creato un tappeto di gioco sotto le parole che tutti noi diciamo, un tappeto che lui stesso poi ci tira via da sotto i piedi per farci cadere sul sedere. In un certo senso Rodari è come un papà per noi cabarettisti “di parola”, un esempio imprescindibile. E un giorno mi è capitata un’occasione impedibile: ho letto una storia, una storia che raccontava un dramma tanto drammaticamente assurdo da diventare comico: il dramma di un uomo che all’improvviso non è più capace di fare rime, di trovare assonanze nelle sue giornate, nei suoi sentimenti, una storia racconta, giocando, quanto sia terribile perdere quella parte di noi che troppo spesso dimentichiamo fin quasi a farla morire. Ed ecco allora La strana storia del Signor Mario (e la scomparsa del…del…), lo spettacolo che mi piace definire “per adulti accompagnati”, scritto da Roberto Alingheri, uno spettacolo la cui trama si snoda attraverso un percorso fatto si versi più teneri e famosi del grande poeta ma, soprattutto, un grande, grande gioco.

Se voi gli chiedete, per esempio, una parola che fa rima con cane lui non la trova; non dice pane, rane, tane, no … lui vi guarda fisso ripetendo tra sé e sé: cane … cane … senza trovare la rima.
Certo nella vita si può vivere anche senza rime. Lo spettacolo parla proprio di questo, del fatto che oramai troppi di noi hanno perso il gusto della rima come giocopuro e, esagerando senza esagerare, della vita come gioco.

 

Quando, in realtà, ci vuole molto poco
(ritrovare in soffitta un vecchio gioco?)
per rendere la vita migliore di prima
basta iniziare … magari da una rima.