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Cosa ci si può aspettare da un quartetto d’archi?
L’esecuzione appassionata di un programma classico?
O magari il confronto con il grande repertorio, tra evoluzioni narrative e virtuosismi?
Di solito è questo ciò che accade. Di solito.
Qui è la fantasia a regnare sovrana e in libertà, grande e inaspettata, va a braccetto con il rigore.
Il Quartetto Euphoria si esibisce in una cornice che solo inizialmente è quella seriosa dei concerti classici. Nulla, degli inizi misurati, lascia presagire il caos sonoro che scuoterà musiciste e partiture. Bastano pochi minuti e la confusione si sostituisce alla logica.
Massimo stupore, quindi, se il quartetto si trasforma sotto i vostri occhi: gli archetti diventano oggetti di scena e gli strumenti rivelano possibilità di utilizzo impensate.
E allora, a questo punto, si può ancora dire di assistere a un concerto? Le musiciste sono reali?
È burla? O verità?
Noi preferiamo semplicemente pensare che la musica abbia bisogno di essere, oltre che ascoltata, vista e gustata. Tutto qui.
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