La serie mescola in maniera attenta e sorprendente i canoni del medical, del dramma e della commedia: la storia è infatti quella di Luigi, un quarantenne, felicemente sposato, una figlia piccola e un altro in arrivo, che scopre all’inizio della prima puntata di avere un tumore al rene, e che si deve ricoverare per operarsi al più presto.
Premessa decisamente tragica, senza dubbio, ma nessun allarme patetismo: il regista Mattia Torre l’affronta con quell’ironia un po’ beffarda che è il suo marchio di fabbrica e che si può permettere per aver vissuto quell’esperienza in prima persona, stemperando invariabilmente nella risata anche i momenti - ce ne sono - più seri o carichi di pathos.
Il reparto di La linea verticale (ricreato all’interno dell’Ospedale del Mare di Napoli), altra cosa piuttosto insolita, non è poi di quelli malmessi e scalcinati che affollano i servizi delle trasmissioni giornalistiche, ma una felice eccezione, realmente possibile: “Mi piaceva raccontare un’eccellenza del pubblico, perché è la realtà che ho avuto la fortuna d’incontrare io quando mi sono ricoverato,” spiega Torre. “Quando sei ricoverato, quando vedi come funziona un ospedale dall’interno,” prosegue, “ti accorgi che quel micro-universo è molto diverso da quello che si immagina dall'esterno: per me il bello della scrittura è raccontare queste cose qui, le realtà che non ti aspetti. E poi, siccome lì stanno tutti male, in ospedale la malattia paradossalmente non è così presente, e c'è molta vitalità, perfino comicità.”
Così, la storia di Luigi è raccontata nel contesto di un ospedale che ricorda a tratti quello di Scrubs, con punte di surrealismo onirico che paradossalmente regalano una forte impressione di realismo: attorno al malato si muovono infermiere burbere e materne (Alvia reale, Cristina Pellegrino e Raffaella Lebboroni), medici egocentrici, svagati o depressi (Ninni Bruschetta, Federico Pacifici e Antonio Catania), degenti che si credono dottori (Giorgio Tirabassi), portantini stanchi (Gianfelice Imparato), preti senza la minima inclinazione per la spiritualità (Paolo Calabresi, che del suo personaggio dice: “Gli manca la materia prima del mestiere”) e chirurghi soavi, empatici, generosi, raccontati con surrealtà quasi morettiana (Elia Schilton). “Mi piaceva,” dice ancora Torre, “raccontare un chirurgo di fama ma umano e simpatico, direi quasi normale, in un paese dove invece il potere e lo status di una professione sono spesso associati a caratteri opposti.”


 

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