scritto e diretto da Umberto Marino
con (in o.a.) Marco Galli, Enrico Lo Verso, Alberto Molinari,
Carolina Salomè, Francesca Sau, Federico Scribani
scene Alessandro Chiti
costumi Paola Bonucci
light designer Giuseppe Filipponio
regista assistente Maria Stella Taccone
assistente volontario Claudio Cesaroni

A quasi trent’anni dalla prima di Volevamo essere gli U2 il gruppo che portò al successo quella commedia si è riunito e ha prodotto una nuova pièce generazionale con musiche in scena, battute e qualche lacrima.

La vecchia cantina in casa dell’amico ricco, la cantina in cui suonavano da ragazzi. Uno dopo l’altro arrivano cinque cinquantenni che si portano dietro il loro strumento. Filippo, il sesto elemento della loro band di quando erano giovani, è morto. Aveva un desiderio, che al suo funerale il suo vecchio gruppo suonasse dei pezzi del suo repertorio. Anche se non tutti hanno voglia di rivedersi e di confrontare i successi e le sconfitte, come si fa a dire no alla vedova, a non realizzare il desiderio dell’amico scomparso?
C’è un solo giorno di tempo per tentare di mettere in piedi il piccolo concerto e bisogna anche trovare il sostituto di Filippo. Quella giornata diventa l’occasione per fare un bilancio di una generazione che sembrava dovesse essere la più privilegiata della storia e invece si è ritrovata ad essere la prima a sperimentare la grande ritirata, la prima enorme involuzione economica e sociale dal dopoguerra a oggi. Quel pomeriggio è una prova dura per tutti, perché, se i conti bisogna farli per primi con se stessi, poi arriva il momento di farli anche con gli altri, con i coetanei e con i figli.

Ma come tanti anni prima la musica fa il suo miracolo facendo capire che, pur nelle sconfitte e con i capelli che diventano bianchi, l’importante, come dice la canzone di Vasco che suoneranno per ultima, è Vivere.


 

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